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Noi di FamKare abbiamo dichiarato dal primo giorno di voler costruire un mondo a misura di famiglia, per tutte le famiglie, siano essere quelle che sosteniamo con i nostri servizi di badante, tata e colf, sia per le famiglie di chi collabora con noi.

Il primo dei nostri valori è quello di avere una spiccata attenzione alla persona, ne abbiamo a cuore il loro benessere e la loro dignità. Per questo abbiamo fatto scelte a volte impopolari e spesso difficili, con l’obiettivo di garantire sempre a tutti (famiglie, assistiti e lavoratori) un piano di legalità al 100%, merce rara in questo settore.

Ci siamo sempre chiesti come possiamo dare il migliore sostegno possibile alle famiglie che si rivolgono a noi. Tra le tante risposte e soluzioni che abbiamo individuato, una delle più importanti è tenere alta la qualità di vita dei lavoratori che le assistono. Garantire loro il giusto contratto, i diritti che gli spettano, i giusti riposi.

La vita della badante non semplice, comporta molti sacrifici e spesso peggiora notevolmente la qualità di vita delle persone che fanno questo lavoro.

Per far capire meglio di cosa parliamo di vogliamo proporre di seguito per intero un interessante articolo uscito il giorno 8.4.2019 su il Corriere della Sera.

Sindrome Italia, nella clinica delle nostre badanti

Hanno lasciato dietro di sé i mariti, a volte i figli piccoli.
Viaggio in Romania, per scoprire che chi si cura dei nostri cari può pagare un prezzo altissimo

Si chia­ma «sin­dro­me Ita­lia» e col­pi­sce mi­glia­ia di don­ne. Viag­gio in Ro­ma­nia, a ca­sa del­le per­so­ne che in Ita­lia han­no fat­to le ba­dan­ti. Chi tor­na nel Pae­se d’ori­gi­ne fa­ti­ca a ria­ve­re una vi­ta, sof­fre di an­sia e pa­ni­co. Qual­cu­na di que­ste don­ne di­ce: «Non mi vo­glio­no più. La mia vi­ta, io l’ho re­ga­la­ta all’Ita­lia».
Viag­gio in Ro­ma­nia, tra le per­so­ne che si pren­do­no cu­ra dei no­stri ca­ri So­no cen­tina­ia di mi­glia­ia. Chi tor­na, fa­ti­ca a ria­ve­re una vi­ta, sof­fre d’an­sia, di at­tac­chi di pa­ni­co. Nei pae­si, con i non­ni, re­sta­no i lo­ro pic­co­li or­fa­ni bian­chi Qual­cu­na di­ce: «Non mi vo­glio­no più. La mia vi­ta, io l’ho re­ga­la­ta all’Ita­lia»
Ni­co­le­ta, sei una schi­fo­sa! Ni­co­le­ta, pu­lisci! Ni­co­le­ta, sta’ zit­ta! «Le sen­to sem­pre, quel­le vo­ci…». Nel­le orec­chie ron­za­no an­co­ra le ur­la del vec­chio ma­la­to d’al­z­hei­mer e di sua mo­glie. Nel­la men­te, i ri­cor­di del­la ca­sa di Tre­vi­so: una pri­gio­ne sen­za son­no e sen­za per­mes­si, né sa­ba­ti né do­me­ni­che. «Quei si­gno­ri me li so­gno tut­te le not­ti. Due zom­bie! M’af­fer­ra­no, mi fan­no ma­le!…». All’om­bra d’un car­ru­bo, in­gof­fi­ta d’un so­pra­bi­to ne­ro che in­vec­chia il suo cor­po cin­quan­ta­duen­ne, Ni­co­le­ta sta se­du­ta a fis­sa­re le or­ten­sie del­la cli­ni­ca. Ogni mez­zo­gior­no, stes­sa pan­chi­na. Die­ci an­ni da ba­dan­te e ora più nes­su­no a cui ba­da­re, nem­me­no se stes­sa. Il tem­po, lo tra­scor­re a fa­re la te­ra­pia: «Quan­do so­no tor­na­ta a ca­sa, nel 2012, mi so­no ac­cor­ta che par­la­vo con le vo­ci. Mi sen­ti­vo pri­gio­nie­ra, non dor­mi­vo mai, scap­pa­vo. Ave­vo at­tac­chi di pa­ni­co, pian­ge­vo. I miei due fi­gli mi guar­da­va­no co­me una sco­no­sciu­ta. Ave­va­no ra­gio­ne: era­no cre­sciu­ti sen­za ve­der­mi, or­mai era pas­sa­to trop­po tem­po… Al­la fi­ne se ne so­no an­da­ti via». Ni­co­le­ta sor­ri­de nel vuo­to: «Io so­no ri­ma­sta qui, lo­ro so­no fug­gi­ti a vi­ve­re in Si­ci­lia. Ed è co­me pri­ma: non ci ve­dia­mo mai». Me­glio co­sì: «Ma sì, che co­sa ci sta­va­no a fa­re con me? Han­no una vi­ta da vi­ve­re. La mia, io l’ho re­ga­la­ta all’ita­lia».
Vi­te a per­de­re
Ahi ser­va Ro­ma­nia, di do­lo­re ostel­lo. All’isti­tu­to psi­chia­tri­co So­co­la di Ia­si, le Ni­co­le­te ri­co­ve­ra­te so­no più di due­cen­to l’an­no. De­pres­se, inap­pe­ten­ti, in­son­ni, schi­zo­fre­ni­che, an­sio­se, im­pa­ni­ca­te, al­lu­ci­na­te, os­ses­sio­na­te. Im­paz­zi­te. Aspi­ran­ti sui­ci­de. Ba­dan­ti che pren­dia­mo in ca­sa e cre­dia­mo di co­no­sce­re — nel no­stro Pae­se so­no cir­ca un mi­lio­ne, so­lo la Si­ria espor­ta in Eu­ro­pa più mi­gran­ti del­la Ro­ma­nia — e di­ven­ta­no in­ve­ce vi­te a per­de­re, quan­do tor­na­no da do­ve ven­ne­ro. Il lo­ro di­stur­bo ha un no­me scien­ti­fi­co che ci pro­vo­ca, in quan­to mag­gio­ri im­por­ta­to­ri eu­ro­pei d’af­fet­to a pa­ga­men­to: «sin­dro­me Ita­lia». Uno stress dia­gno­sti­ca­to e chia­ma­to co­sì per la pri­ma vol­ta da due psi­chia­tri di Kiev: nel 2005, ave­va­no os­ser­va­to sin­to­mi co­mu­ni a mol­te ucrai­ne e ro­me­ne e mol­da­ve, ma pu­re fi­lip­pi­ne o su­da­me­ri­ca­ne. Tut­te emi­gra­te per an­ni ad as­si­ste­re an­zia­ni nell’eu­ro­pa ric­ca, lon­ta­ne da fi­gli e ma­ri­ti. «Più che una ma­lat­tia, la “sin­dro­me Ita­lia” è un fe­no­me­no me­di­co-so­cia­le», spie­ga Pe­tro­ne­la Ne­chi­ta, pri­ma­ria psi­chia­tra del­la cli­ni­ca di Ia­si: «C’en­tra­no la man­can­za pro­lun­ga­ta di son­no, il di­stac­co dal­la fa­mi­glia, l’aver de­le­ga­to la ma­ter­ni­tà a non­ni, ma­ri­ti, vi­ci­ni di ca­sa… Ab­bia­mo mol­ta ca­si­sti­ca. S’è ag­gra­va­ta quan­do le ro­me­ne dal Me­ri­dio­ne, do­ve la­vo­ra­va­no nei cam­pi ed era­no pa­ga­te me­no, si so­no spo­sta­te ad as­si­ste­re gli an­zia­ni del Nord Ita­lia: tra le no­stre pa­zien­ti ci so­no so­prat­tut­to quel­le che ri­fiu­ta­va­no i gior­ni di ri­po­so e le ore li­be­re per gua­da­gna­re me­glio, di­strut­te da rit­mi mas­sa­cran­ti. Nes­su­no può cu­ra­re da so­lo un de­men­te o una per­so­na non au­to­suf­fi­cien­te: 24 ore al gior­no, sen­za mai una so­sta. Col far­del­lo men­ta­le di quel che ci si è la­scia­ti al­le spal­le. An­ch’io e lei ci am­ma­le­rem­mo». Al ri­tor­no in Ro­ma­nia, la te­ra­pia del­la «sin­dro­me Ita­lia» può du­ra­re an­che cin­que an­ni e di ra­do la pas­sa la mu­tua: 240 eu­ro ogni do­di­ci me­si, uno sti­pen­dio me­dio. Un ter­zo del­le ri­co­ve­ra­te ten­ta al­me­no una vol­ta il sui­ci­dio, e spes­so ci rie­sce. Ma è una stra­ge si­len­zio­sa, per­ché di so­li­to è la fa­mi­glia a chie­de­re d’ag­giu­sta­re l’at­to di mor­te: nel­la re­gio­ne più po­ve­ra dell’UE, nel­la Ia­si «dal­le cen­to chie­se», com’è so­pran­no­mi­na­to que­sto ca­po­luo­go del­la Mol­da­via ro­me­na che Ber­go­glio vi­si­te­rà in giu­gno, i po­pe or­to­dos­si ne­ga­no fu­ne­ra­li e ci­mi­te­ro a chi si to­glie la vi­ta.

Vil­lag­gi spo­po­la­ti

C’è un sen­ti­men­to qua­si in­tra­du­ci­bi­le, dor, che tut­te le ba­dan­ti co­no­sco­no: la bra­ma di quel che s’è ab­ban­do­na­to, lo strug­gi­men­to per ciò che non si ri­tro­ve­rà più, l’an­sia che tan­ta sof­fe­ren­za fi­ni­sca.

«Mi am un sin­gur dor
în li­ni­stea se­rii
sa ma la­sa­ti sa mor»,
ho un so­lo dor, nel si­len­zio del­la not­te la­scia­te­mi mo­ri­re… So­no ver­si di Mi­hai Emi­ne­scu, gran­de poe­ta lo­ca­le: il pae­sel­lo do­ve nac­que, Bo­to­sa­ni, og­gi spo­po­la­to dall’emi­gra­zio­ne, ri­vi­ve gra­zie a una sin­da­ca che s’è or­ga­niz­za­ta ot­te­nen­do in Ger­ma­nia e in Spa­gna («ma non in Ita­lia») con­trat­ti re­go­la­ri e tur­ni di la­vo­ro più uma­ni. Lo stes­so a Bu­tea: han­no asfal­ta­to la stra­da, aper­to asi­li per i bim­bi ab­ban­do­na­ti, com­pra­to pull­mi­ni che ogni me­se ri­por­ti­no a ca­sa le mam­me. Ec­ce­zio­ni, pe­rò. Per­ché il re­sto è Far We­st.
«Da Co­mar­na se ne so­no an­da­ti tut­ti, ma so­no spun­ta­ti 5mi­la abi­tan­ti fan­ta­sma», sor­ri­de il sin­da­co Co­stel Gra­di­na­ru: so­no mol­da­ve (ex­tra­co­mu­ni­ta­rie) re­si­den­ti tut­te al­lo stes­so in­di­riz­zo, la ca­sa d’un po­li­ziot­to con­ni­ven­te, che in que­sto mo­do ot­ten­go­no più fa­cil­men­te il pas­sa­por­to ro­me­no (Ue) e dal­la Mol­da­via pos­so­no ve­ni­re in Ita­lia sen­za vi­sto.
Su via Na­tio­na­la die­tro la sta­zio­ne di Ia­si, fra sa­le scom­mes­se e lo­ca­li di strip­tea­se, s’in­con­tra un’uma­ni­tà par­ten­te che tut­te le al­be fa la fi­la
al­le cor­rie­re Flix­bus, Ami­tu­ring, Atlass: 70 eu­ro il viag­gio per Pa­do­va, 110 fi­no a Pa­ler­mo, 40 kg di ba­ga­glio con­sen­ti­to, un traf­fi­co ge­sti­to da clan di zin­ga­ri che di fian­co al­le bi­gliet­te­rie ven­do­no scar­pe, giac­co­ni, te­le­fo­ni­ni rac­cat­ta­ti chis­sà co­me in Ita­lia. In­tor­no, un de­ser­to di vil­let­te nuo­ve e vuo­te, co­strui­te con le ri­mes­se, le fi­ne­stre an­co­ra in­cel­lo­fa­na­te: «A Ro­ma mi so­no sen­ti­ta una schia­va — di­ce Ga­brie­la Ne­cu­lai, 700 eu­ro al me­se, mai un gior­no di ri­po­so in die­ci an­ni —. Non mi com­pra­vo nean­che un suc­co, un ge­la­ti­no, man­da­vo tut­ti i sol­di in Ro­ma­nia. Ora ho una bel­la ca­sa, ma so­no so­la. No, non ne va­le­va la pe­na…». Car­men, 58 an­ni, die­ci a Biel­la: «Po­te­vo la­var­mi una vol­ta la set­ti­ma­na. Mi con­trol­la­va­no il ci­bo. E l’ac­qua do­ve­vo scal­dar­la sui ter­mo­si­fo­ni. Ades­so in fa­mi­glia non mi sop­por­ta­no: sem­bro una spia, an­no­to quel che si con­su­ma, so­no os­ses­si­va. L’ita­lia mi ha fat­to di­ven­ta­re co­sì».
«A voi ita­lia­ni non im­por­ta nul­la dei ge­ni­to­ri, pren­de­te una ba­dan­te e ciao, vi fa­te la vo­stra vi­ta — pian­ge Ele­na Ale­xa, 60 an­ni e da cin­que in cu­ra —. Ho la­vo­ra­to a Ve­ro­na. In ne­ro. Mi da­va­no po­co da man­gia­re: ero di­ven­ta­ta 50 chi­li, cu­ra­vo un an­zia­no che ne pe­sa­va cen­to. Ave­vo di­rit­to a sei mez­ze me­le la set­ti­ma­na: ogni gior­no, lui ne man­gia­va me­tà e io l’al­tra me­tà. Mi met­te­va­no un let­to sul cor­ri­do­io, do­ve dor­mi­va il ca­ne. E le pa­ro­lac­ce, le ma­ni ad­dos­so: ro­me­na fi­glia di p…, sie­te tut­ti mor­ti di fa­me! Pia­no pia­no, mi so­no ve­nu­ti at­tac­chi di pa­ni­co, un do­lo­re fis­so al­la go­la. In­tan­to la mia fa­mi­glia an­da­va in ro­vi­na.

Ave­vo ab­ban­do­na­to i miei ge­ni­to­ri per cu­ra­re quel­li di al­tri. Il mio bam­bi­no dor­mi­va con la fo­to sot­to il cu­sci­no, tre­ma­va, mi te­le­fo­na­va: tor­na a ca­sa, se no va­do sul tet­to e mi but­to giù… A 19 an­ni, ave­va già i ca­pel­li bian­chi».

«Ef­fet­ti col­la­te­ra­li»

È la per­so­na che san­ti­fi­ca il luo­go, di­co­no i ro­me­ni. E so­no i suoi ge­sti a rac­con­tar­lo: a me­tà mar­zo, una tre­di­cen­ne s’è im­pic­ca­ta. L’ul­ti­mo ca­so. Un ef­fet­to col­la­te­ra­le del­la «sin­dro­me Ita­lia» che col­pi­sce an­che i 750mi­la fi­gli del­le ba­dan­ti, i co­sid­det­ti or­fa­ni bian­chi, nar­ra­ti nei ro­man­zi di In­grid Co­man: «È un cli­ché, pen­sa­re che tut­ti gli ita­lia­ni sia­no in­dif­fe­ren­ti al­la si­tua­zio­ne del­le ba­dan­ti — com­men­ta la scrit­tri­ce, che sta spo­stan­do la fa­mi­glia a Ia­si —. Non ge­ne­ra­liz­ze­rei. La com­pren­sio­ne ap­par­tie­ne al­la per­so­na, non al­la so­cie­tà. Poi, pe­rò, è un da­to di fat­to che in Ita­lia sia­mo di fron­te a nu­me­ro­si ca­si di schia­vi­smo. E al­le con­se­guen­ze che que­sti pro­vo­ca­no». Sil­via Du­mi­tra­che, lea­der ita­lia­na dell’as­so­cia­zio­ne don­ne ro­me­ne, tie­ne il con­to dei bam­bi­ni sui­ci­di che non han­no ret­to l’ab­ban­do­no: un cen­ti­na­io, a tutt’og­gi. Nel­la cli­ni­ca di Ia­si, na­sco­sti al mon­do, so­no ri­co­ve­ra­ti tren­ta pic­co­li de­pres­si gra­vi. Non si sa be­ne che fa­re, per­ché non ci so­no neu­ro­psi­chia­tri in­fan­ti­li: «Ave­va­mo Alex, un bim­bo di 7 an­ni rien­tra­to in pa­tria con la mam­ma — fa un esem­pio Mi­hae­la Hur­durc, di­ret­tri­ce del­la scuo­la Ca­ri­tas —. Lei si sen­ti­va una fal­li­ta, Alex non s’adat­ta­va al nuo­vo mon­do e ri­fiu­ta­va il ci­bo non ita­lia­no. Vo­le­va sui­ci­dar­si: ab­bia­mo do­vu­to ri­co­ve­rar­lo».
I di­sa­gi dei left be­hind so­no di­ver­si. Rab­bia, an­sia, dif­fi­col­tà d’ap­pren­di­men­to: «C’è chi ha la ma­dre via, e se ne ver­go­gna. Chi vi­ve coi non­ni, e so­no trop­po an­zia­ni. Chi coi vi­ci­ni, trop­po Chi è ri­ma­sto pro­prio so­lo. I ge­ni­to­ri a vol­te se ne van­no in Ita­lia e non de­le­ga­no la po­te­stà: spa­ri­sco­no per me­si, non con­tat­ta­no mai la scuo­la. Ma­ga­ri cam­bia­no sche­da te­le­fo­ni­ca e i fi­gli non han­no nean­che un nu­me­ro da chia­ma­re». A una cer­ta ora del­la se­ra, le bi­blio­te­che dei vil­lag­gi si riem­pio­no dei ra­gaz­zi­ni più po­ve­ri: wi-fi a di­spo­si­zio­ne, per par­la­re fi­nal­men­te con l’ita­lia. «Il pe­rio­do du­ro del­la mia vi­ta fu quan­do par­ti­ro­no sia mam­ma che pa­pà — rac­con­ta un or­fa­no bian­co, Mi­hael Chi­riac —. Il più bel­lo, il pri­mo Na­ta­le in­sie­me. Ave­vo 10 an­ni, og­gi ne ho 22. E mia ma­dre è an­co­ra a Ta­ran­to. La sen­to due vol­te al gior­no, ma non è lo stes­so. La vo­glio qui. Ho due fra­tel­li più pic­co­li: qua­si non la co­no­sco­no».
In una ca­set­ta ben ri­fat­ta di Co­mar­na, al ci­vi­co D786, Ele­na Te­sco­vi­na è ap­pe­na tor­na­ta da Fi­ren­ze e da Mi­la­no: «Ot­to an­ni! Usci­vo di ca­sa so­lo per but­ta­re la spaz­za­tu­ra…». L’han­no con­vin­ta sua fi­glia — «mam­ma, piut­to­sto man­gia­mo una ci­pol­la, ma non par­ti­re più!» — e una tri­stez­za in­con­te­ni­bi­le: «Nes­su­no può ca­pi­re co­me so­no sta­ta». Quel che ha ri­tro­va­to qui, non le pia­ce. Li­ti, bot­te, al­col. La con­vi­ven­za con un ma­ri­to ir­ri­co­no­sci­bi­le tra i ran­co­ri di lei per lui («non hai mai avu­to un la­vo­ro!…») e i rim­pro­ve­ri di lui a lei («par­li trop­po, sem­bri un’ita­lia­na!»…). Pu­ra sin­dro­me. Le con­si­glia­no tut­ti d’an­da­re in cli­ni­ca. Ele­na pian­ge, si dan­na. Ma per ora no: «Io gua­ri­sco la­vo­ran­do». Il po­me­rig­gio fa 15 chi­lo­me­tri di bus fi­no a Ia­si. In­dos­sa una di­vi­sa, è guar­dia giu­ra­ta. Tur­ni di not­te: «De­vo ba­da­re ai ne­go­zi». E di­ce pro­prio co­sì: ba­da­re.

Fonte: IN ROMANIA NELLA CLINICA DELLE (nostre) BADANTI
di Francesco Battistini Corriere della Sera del 08/04/2019